Come Quando

Intorno a me tutto è bianco, la sala ha un soffitto altissimo, poi capisco che il soffitto è unico per tutto l’edificio e i muri sono di compensato, alti 3 metri e poi aperti, comunicanti; come un labirinto per ratti la struttura è un’enorme scatola con dentro stanze dalle doppie porte e lunghi corridoi, dove ci si aggira in silenzio, in fila, a un metro di distanza gli uni dagli altri. Con lentezza.
Si entra nelle stanze in gruppi da 15, ci si accomoda su sedie accostate alle pareti e man mano che qualcuno esce dalla seconda porta a turno si scala di una sedia, un po’ come un gioco di psicomotricità di gruppo o come una danza medievale. Solo che tutto sembra molto futuristico. Fantascientifico.
Estremamente silenzioso e ordinato.
E troppo, troppo bianco.

Come un video dei Blur.
Ma senza Damon Albarn.
Peccato.

E io?
Io sono un esperimento in una scatola bianca.
Devo anche compilare un modulo e non c’è un tavolo, solo sedie distanziate.
Qualcuno suggerisce sia un test.

E probabilmente è così, perché l’ultima sala è piena di tavoli!
Per fortuna almeno gli alpini hanno il loro cappellino: a me quei pennacchi rincuorano.

55′ minuti di fila fuori, 5 sale d’attesa, un ricevimento, un colloquio e svariati corridoi dopo, finalmente ci sono…


Ora… cosa mi ha insegnato questa strana mattinata?
Oltre che bisogna tenere sempre un libro in borsa… be’, nell’ultima micro-sala, con solo 4 sedie, dove il gioco della psicomotricità medievale raggiunge un livello comico (ridicolo?), dove vuoi per tensione vuoi per stanchezza vuoi perché hai sbirciato quale stanza ti aspetta dopo questa, vuoi per lo spazio ristretto e intimo dopo tutta quella vastità o vuoi perché siamo umani e gli umani comunicano, ecco finalmente rifiorire la dialettica.

– “E voi siete tutti docenti?”
– “Sì, io sì.”
– “Ah, no, io sono una categoria a rischio, ho la sclerosi multipla.”
– …
– “Anche io sono qui come categoria protetta, ho un tumore.”
– …

E ti senti un’idiota.
Per tanti motivi.
Troppi per un blog.

Il ragazzo con la sclerosi ha una comicità dilagante, non puoi non ridere alle sue battute e ride di gusto alle tue, forse siamo un po’ euforici; la ragazza con il tumore ha paura del vaccino perché non ha mai fatto neppure quello per l’influenza e non sa se risulterà allergica…
– “Sai, per il tumore”
– “Eh, sì, certo…”

No. Bugia.
Non ne so un cazzo.
Ma non so cosa dire e faccio l’unica cosa che so fare.
Provo a rassicurarla.
Sperando forte che non stia andando al mattatoio.

Nel frattempo, la signora che ha aperto le danze della breve ma intensa conversazione con la sua prima domanda si è già eclissata oltre la porta dell’ultima – fatidica – stanza.
Ruotiamo.
Parliamo.
Ruotiamo.
Ridiamo.
Ruotiamo.
Uno a uno.
Entriamo.

Il medico che mi somministrerà il vaccino è una donna giovane, solare, sorridente. Mi chiede se sono mancina e se potrei avere problemi con il lavoro in caso di dolore al braccio, le spiego che disegno con la mano destra, mi chiede cosa, le mostro cosa, si segna la mia pagina. Ho una nuova follower.
Ed è tornata una riscoperta umanità dopo tutto il bianco silenzio.

E… sì, in questo preciso momento, ora, sì, mi sento tesa.
Emozionata? Spaventata? Non lo capisco. Mi batte forte il cuore.

Ho paura degli aghi, perciò volgo lo sguardo a destra: c’è una porta chiusa, sovrastata da una grande etichetta rossa con una scritta bianca, non conosco quel termine, ma credo significhi “dove si buttano i resti umani” (sì, sto ripensando al mattatoio) o almeno questo mi suggerisce la mia fantasia; fisso quel nome, fisso quell’angolo di mondo insignificante, lo fisso così tanto da non ricordare cosa c’è scritto su quella porta, lo fisso con l’intensa certezza che questa giornata e più ancora questo istante non li scorderò mai. Ma mentre fisso quella porta inquietante mi sento felice.

Forse perché più di prima mi rendo conto che è tutto vero.
Come quando gli anziani raccontano la fine della guerra.
Come quando lui ti baciò la prima volta.
Come quando fuori piove.

Come quando a 40 anni mi sono ritrovata a trascorrere un anno sterilizzato dai contatti umani, lontana da Casa eppure sempre a casa, nell’inferno della dad e delle serie tv, ma riconoscente a una qualche buona stella per non essere nata in una paesino sperduto dell’India: a vivere un gran senso di colpa e abbastanza fastidio nei confronti degli incontentabili saccenti occidentali.
Come quando passai un anno a chiedermi se tutto sarebbe mai tornato come prima.
Come quando mi vergognai per non essere la versione migliore di me stessa, nonostante io non avessi né un tumore né la sclerosi multipla.

Come Quando Quella Volta Mi Vaccinai.


One thought on “Come Quando

  1. Anche io a volte mi sento a disagio quando mi rendo conto che sono stato (forse) messo in sicurezza per quanto riguarda la salute e il lavoro.
    Come se non me lo meritassi, e magari qualcuno pensa proprio così, che non me lo meriti, nel senso che boh, forse lo meriterebbero prima altri. Ecco perchè invece che un senso di colpa a me monta la rabbia, e la frustrazione per non poter cambiare questo stato di cose: certo che tutti se lo meriterebbero, e che cazzo!
    Così a quel punto mi sale forte la carogna, pensando che si potrebbe, qualcuno potrebbe, fare meglio di come sta facendo.

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