Emoticon

Era il 2016.
Erano le 23.00.
Era quel posto del caxxo in Brianza che se la mena tanto perché una volta ci hanno suonato i Nirvana.

Cosa non si fa quando non si ha null’altro cui inchiodarsi.

Erano le 3.00.
Me ne stavo là. Appesa a una storia che non mi scavava dentro abbastanza, con gente distante mille migliaia di pinete da me, ostentando futilità per provare a sentirmi parte di una realtà che per qualche assurda ragione sentivo di dover sentire mia, parlando di cerette-diatribe familiari-stronzate adolescenziali irrisolte.

Volevo morire.

E poi c’era lui.
Lui che era quello giusto: giusto in ogni senso. Forbito, educato, a modo, ordinato, pulito, semplice.
L’uomo perfetto con cui metter su famiglia. Se sei un’alga.
In fondo del meraviglioso mondo vegetale sappiamo talmente poco: ci ascoltano? Provano emozioni? Hanno un pensiero senziente?
Lui era l’alga perfetta e io non sapevo più cosa essere.

Ma allora perché mi trovavo là?
Perché era una vita che giravo intorno al mondo
Che mi svegliavo in letti da odori sconosciuti, che mi perdevo nei frammenti di pensieri, che mi incatenavo ai ricordi.
Che stavo male. Era una vita che respiravo a stento.
E lui era l’alga perfetta per tirarmi fuori dal pantano.
Anche se non comprendeva il mio mare nero e un po’ lo temeva, ma lo rispettava.
Anche se non conosceva gli eccessi e il desiderio di redimermi, ma attendeva.
Anche se all’ennesimo discorso sui peli del culo con le le sue amiche mi chiedevo perché non fossimo a casa sua a scopare, che è tra le cose più belle e intime e gratis e liberatorie del creato. Ma lui sorrideva.
E io ricambiavo. A labbra strette. Che manco a un colloquio con Trump.

D’altronde anche il sesso era compito. Forbito, educato, a molto ordinato.
Le alghe scopano?
Forse sì.
A modo loro.


La Brianza mi toglieva il fiato, quelle casette con giardino e tetto spiovente, i porta ombrelli sull’uscio e i barbecue in veranda. Mi spezzavano in frammenti.
Ho già usato la parola “frammenti”. Ma ero solo un pezzettino di essi, manco tutti, manco un sacchetto pieno di pezzetti. Ero solo un pezzetto in mezzo a tante formichine.

La sentivo, stava sopraggiungendo: l’apatia miscelata a rabbia. Non ne sarei uscita. Non ne uscivo mai davvero.
Quando lei arrivava tutto il resto si obliava.
Tutti divenivano formichine insulse intorno a me e io con loro legata in tanti pezzettini.


Avevo sperimentato storie più avvincenti, eh.
Mica mi ero sottratta alle sperimentazioni… ma se vivi una relazione avvincente la condividi di certo con un matto e i matti sono pericolosi. Tanto quanto i deboli.
Così mi trovavo a esser passata dai matti ai deboli, dalla padella alla brace.
Dalla follia all’apatia.

Mollai tutti e mi diressi al bar del locale.

… … …

Erano le 5.00.

Quello che sognavo in fila alla cassa per il mio drink era una storia a modo suo semplice, ma imperscrutabile.
Niente insomma. La trovi facilmente voltato l’angolo, e poi in fondo a destra. Dove sta solitamente il cesso.

Oppure acchiappi una fatina, ignori il suo malcontento, te la scrolli addosso malmenandola un po’ e voli.
Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino.
Punti di vista.

Intanto nel locale suonava un gruppo, c’era chi rideva e qualcuno dei suoi amici veniva a farmi ordinazioni visto che stavo già in attesa al bancone: “Sono contenta che stiate insieme, erano anni che non lo vedevo così felice!”.
Ma pensa te…
Ricambiavo il sorriso per quella confidenza e mi bevevo il mio bicchiere e quello ordinato per gli altri. Uno e due. Tre e quattro. E la serata prendeva una nuova piega, confusa e irriverente, insensibile e sarcastica, civettando con il barista mentre poco lontano da me lui si dimenava in pista con un’amica.
E non me ne fregava un caxxo.
Era più gradevole sorridere a un barista sconosciuto che non a una realtà indigesta.

… … …

Sono trascorsi 5 anni.
Lui si è felicemente fidanzato con la sua amica di ballo, credo figlieranno a breve, io non ho più messo piede nell’oscura e impeccabile Brianza, ho messo a cuccia i miei incubi e l’altra sera ho conosciuto un tipo.
“Naturale” è la parola idonea.
Un naturale annusarsi un po’. Un naturale prendersi in giro. Un naturale miscuglio di gusto e pelle.
Naturale sperimentazione di ciò che non si fa, in questa tarda rivoluzione sessuale mentre Milano – oggi – celebra la sua prima statua dedicata a una donna (Ma che davvero?! Sì, davvero!), mentre piove e sgocciolo me stessa.

Come porte scorrevoli o fantasmi che si susseguono passi su passi su pavimenti già percorsi, incroci non focalizzati; un trovarsi qua e perdersi là, l’andare e venire della casualità.

Ho capito che siamo tutti molto bravi a trovarci 100 volte e a perderci almeno 1000 volte.


Ci ho messo un po’ a capire che non ero un’alga e che quel tipo dell’altra sera era il barista di quella notte del 2016.

Sono di nuovo le 23.00.



N.B.
Mi sono iscritta a un corso di scrittura, lo desideravo da tempo.
Qui ho scoperto, per esempio, che l’uso di emoticon è solo un modo per celare il nostro linguaggio, per elargire risposte frettolose e grossolane, un escamotage moderno e orribile per dire ma soprattutto NON dire.
Qualcosa di cui fare a meno, in appannaggio di una consapevole e piena ripresa del linguaggio.
Questo post è solo un gaio tentativo di stesura, ogni personaggio o ambiente citato è puramente casuale.
Nessun evento narrato si è prodotto realmente in un qui e ora.
In fondo, io, non mi metterei mai con un brianzolo! Ma vi pare? 🙂

Questo è solo un esperimento creativo dal mio angolo di mondo perfetto.



Buonanotte ❤

… Honey gotta strike me blind …

4 pensieri riguardo “Emoticon

  1. Mai usato gli emoticons e sempre detestato chi li ha inventati.
    E poi, chiedo scusa per la crudezza, ma si dice cazzo, senza le x.
    Il cazzo ha una sua dignità e nobiltà (quando se la merita), e mi pare giusto riconoscergli la sua identità letteraria. Spero che questo lo precisino anche al corso.

    "Mi piace"

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