Il mio 25 aprile iniziato nel 2014

Quando sto zitta io, non serve che lo faccia tu. Semicit.
Quando sto zitta io, significa che c’è da star zitti. E riflettere. E qualche volta incazzarsi.
Se sto zitta io, significa che sto covando, che si tratti di odio o amore è tutt’altra faccenda. Ma sto covando.

Oggi ho covato libertà.
Libertà di manifestare in mezzo a centinaia di persone, nonostante tutto.
Libertà di dire: “Stop, è stato bello, ma basta così”, nonostante il desiderio sia un’emicrania che non va più via.
Libertà di incazzarsi, perché cosa c’è di male nell’affermare: “A me, questo, non va bene”? È davvero liberatorio… provateci.
Libertà di osare. Libertà di sbagliare.
Libertà di infradiciarsi sotto un’acquazzone gelido improvviso, per poi riderci su.
Libertà.

Libertà di emozionarmi.
Libertà di desiderare amore senza vergognarmene.
Libertà di cercare due coccole e, in qualche modo, prendermele.

Libertà di affermare senza false modestie che questa Scuola è la mia Scuola. E tutto sparisce.
Qualcuno sosteneva che “libertà è partecipazione”. Già.
Be’, anni fa, io ho iniziato a parteciparvi…

Correva l’anno, quando mi iscrissi al mio primo corso breve di disegno, con molto imbarazzo all’idea di sperperare i miei pochi averi in un’attività così effimera… e, con molto batticuore per quel piccolo sogno che si realizzava, frequentai le lezioni con passione.
Poi un altro corso breve. E un altro ancora. Finché mi accorsi di desiderare il triennio. E io seguo sempre i miei desideri, anche quando invece di vederli realizzarsi mi capita di pigliarmi delle mazzottate che mi disarmano. Poco importa.
Durante la prima lezione del triennio dovetti scegliere una illustrazione che mi rappresentava… eh, mica facile! Fuori il mondo impazzava, come al solito, dentro la mente era presa da milioni di pensieri, come sempre.
Però trovai l’immagine di una rana… una rana a mollo in una splendida vasca da bagno barocca.
Pensai che sarebbe stato splendido incrociare una rana intenta nei suoi lavaggi andando a lavoro, su corso Buenos Aires, l’indomani mattina. Be’… non la trovai…
Ma tre anni dopo avevo in mano un diploma da illustratrice. Era tutto vero. E io… io ero quella che per tre anni aveva studiato, affrontato il terrore del fallimento, detto addio ad amici e weekend fuori.
Ma c’ero, ero finalmente arrivata.
Ero.Una.Illustratrice.

Quei tre anni non me li toglie nessuno… c’è una porticina magica nascosta disegnata con un pastello rosso sul muro di un’aula della mia Scuola (di cui quasi nessuno sa), c’è un tavolo sul quale ho pianto mille lacrime fuori dalla classe finché un amico&collega non vi si è seduto con me (“Se non rientri tu, non rientro neppure io”), ci sono i ricordi di ratti nei cappucci, di sangria nel secchio Vileda, di “Vanadia, fuori! Dobbiamo chiudere!”. Di 29 che maceravano il cuore e di 30 che lo risollevavano. Ma cosa ne sa chi in quegli anni non c’era? Cosa cazzo ne sa.
E dopo… dopo sono diventata io docente. La tensione di quella prima lezione, insuperabile da nessun’altra prima volta a oggi. Manco la prima volta in fiera, con un libro di teoria del colore nascosto sotto il tavolo, mentre i cosplayer di Ghostbusters Italia mi rifornivano di birrette (viva Egon Splenger, sempre sia lodato!).
E poi… e poi i miei studenti, che sono un tesoro meraviglioso: non imbuti, non scatole da riempire, bensì tesori cui attingere, cui donare e dichiarare, tesori da amare e proteggere. Anzitutto da quella terribile paura del fallimento.
Perché chiunque vi dica che la regola c’è e va seguita… VI STA MENTENDO.
La regola la manipolate voi, di volta in volta, di occasione in occasione.
Qualsiasi cosa avverrà, questi anni di docenza artistica sono stati un sogno meraviglioso che si è realizzato.
Già.
E chi altro può così facilmente affermare di essersi visto materializzare un sogno?
Così, tra le proprie mani, nonostante tutto.

Che bello.
Rendo grazie alla mia Scuola, quella degli arazzi polverosi, dei fumettari frettolosi, quella di mosaico e vetrata che chissà che combinano, quella dei tipi di incisione che fanno paura, quella delle 4 sere a settimana, delle frustrazioni e delle notti prima degli esami…
Quella in cui va tutto bene e devi solo ritoccare un paio di tavole finché dalla finestra non arrivava il cinguettio degli uccellini e… oh, cazzo, è già finita la notte! È già finito il triennio!

La chiamano così: “Scuola del Castello”, universalmente riconosciuta, o almeno milanesalmente nota.
Quando vai in manifestazione, quando tieni un workshop in biblioteca, quando partecipi a tua volta a un corso… c’è sempre qualcuno che dice: “Io ho frequentato la Scuola del Castello!”.
Eh, già.
Lo so.
Eravamo sulla bocca di tutti…

Grazie, magnifica Scuola del Castello Sforzesco, grazie.
Tutta sgarrupata e punk, grazie.
Preziosissima, grazie.
Grazie per gli open day in cui qualcuno spaccava un’anguria nei bagni di pittura con un taglierino, grazie.
Grazie per aver mantenuto un’indole artigianale in un mondo virtualissimo.
Grazie perché se mentre disegno al tavolo di un campeggio un cameriere mi si avvicina, chiacchierando di arte, io gli regalo metà della mia gomma pane, perché a me la docente regalava i godet d’acquarello (il verde, il maledetto e magnifico verde che non sapevo ricreare) e ho capito che lo scambio è prezioso; grazie perché se a me una prof telefonava per convincermi che non era vero che non valevo nulla e che dovevo continuare con gli studi, allora io so cosa dire a una studentessa in chemioterapia che non riesce a seguire tutte le lezioni; grazie perché se io so quanto fa bene la mia Scuola, allora desidero che tutti voi la frequentiate. E spero con tutta l’anima che possiate farlo. Ancora e ancora. E poi dopo ancora.
Le scuole non si assassinano.

Questa è stata la mia Libertà, il mio 25 aprile iniziato nel 2014.
E se qualcuno provasse ad affondarlo… be’, se muoio io, muori anche tu. Semicit.


Della mia Libertà, dunque, ci faccio il cazzo che mi pare.



7 pensieri riguardo “Il mio 25 aprile iniziato nel 2014

  1. L’espressione come forma d’arte non è solo della pittura. La scrittura è il secondo passo e tu Vanadia stai completando magnificamente questo cammino. Hai conquistato la libertà di volare in spazi non chiusi quindi….vola
    Sei una persona leggera ma con un grande cuore. Sai dare dare e dare e ora è giusto che ta possa volare.
    Vanadia mi mancherà la tua arte, il tuo sorriso, ed il tuo eterno raffreddore ma so che quando vorrò potrò ritrovarti. Grazie per quello che mi hai fatto scoprire e grazie per avermi trascinato fuori dalla convenzione del “è giusto “
    Devo farti i complimenti per la tenacia, la perseveranza in tutto quello che hai fatto e non ultima la scrittura. E grazie anche alla Scuola del Castello che ha dato un senso a tutto l’impegno
    Concludo: sei una grande Vanadia e anch’io ringrazio la Scuola che ci ha permesso di conoscerti.
    Ad maiora!
    Paola P

    "Mi piace"

  2. Grazie Vanadia, per la passione che trasmetti a tutti i tuoi allievi, per me e’ stata un’esperienza che si fermerà qui. Appena riesco riprendo perché tu mi hai insegnato la libertà’, libertà’ del gesto, della forma, del colore e delle idee. Grazie di cuore, ci rincontriamo presto! Grazie Scuola del Castello, un bellissimo nome, un Castello dei sogni e delle idee.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...