L’imprevisto

Comunque si invecchia, eh.
Invecchiate tutti.
E si cambia.

Questa cosa del cambiamento urta: urta se cambi e urta se non cambi. Negli anni sono stata accusata di modificarmi troppo e al contempo di essere sempre la stessa. Urta. Urta e basta. Forse perché non siamo mai pronti a nulla: né al reiterarsi di realtà sempre fedeli a se stesse, né alle dolcissime movenze sinuose del divenire.
A me, invece, ‘sto cambiamento regala un bel sospiro.

Non amo lo stantio, vedo il marcio intorno e dentro me, percepisco i cappi mentali di matrice religiosa dai quali non ci liberiamo e che vengono spesso scambiati per fastidioso femminismo. Il femminismo è un po’ come il vegetarianesimo: urtano. Urtano perché modificano lo status quo. Urtano perché ci indicano la nostra povertà d’animo. Lo sappiamo dai, lo sappiamo che è così.

Invece, amo i movimenti, da quelli studenteschi a quelli tra due veli che volteggiano nell’aria abbracciandosi e baciandosi ripetutamente, avvicinandosi, perdendosi, ritornando l’uno sull’altro. Per poi salutarsi e ritrovarsi ancora. Questa tipologia di cambiamento è un “per sempre”? Io credo di sì, lo è.
E credo che ci siano persone non destinate a perdersi, ma, al contempo, a cambiare. Persone molto pulite: si scrollano ogni sera con una doccia calda il marciume misto a stantio dalla superficie della pelle.
Persone molto attente: sanno ascoltare e raccontare, una combo micidiale… non sono silenziose e passive come non sono narcisiste ed egoriferite.
Ora, io non so come sono io.
In questo preciso momento qualcuno starà leggendo le mie parole su questo blog pensando il peggio di me e forse – dal suo punto di vista – avrà anche ragione. Senza esserci mai capiti (o, più semplicemente, mai parlati) fin davvero in fondo, sono certa che avrà la sua buona ragione. Magari più d’una.
Io… be’, io non so come sono. E non so come sono le persone che ho perso, nemmeno quelle cui tenevo davvero tanto, quelle cui penso almeno una volta al giorno chiedendomi se a loro volta – almeno ogni tanto – mi pensano. Sperando in cuor mio che lo facciano ma al contempo rimanendo certa che se non cambiano (…!) non potrò riavvicinarmici. Io non so proprio nulla di me in relazione con gli altri. Né di questi “altri”, così ampi e indefiniti, variegati ma impalpabili e indecifrabili.
Però, ecco, io so com’è la mia Migliore Amica.
Lo so dal 1995.

Parentesi: nel 1995 abbiamo vissuto il Festival di Sanremo più storicissimo di tutti.
Un po’ d’onestà intellettuale suvvia, basterebbe dire PippoBaudo+ClaudiaKoll+AnnaFalchi… in pratica lo zio marpione tra il diavolo e l’acqua santa. E l’audience alle stelle!
Ma non è questo il punto.
Il punto, anzi, i punti sono:
– 883, Senza averti qui
– Neri per caso, Le ragazze
– Giorgia, Come saprei
– Gianluca Grignani, Destinazione paradiso
– Andrea Bocelli, Con te partirò
– Toto Cutugno, Voglio andare a vivere in campagna (ricordatevi dell’onestà intellettuale!)

Per gli estimatori del genere, poi, c’erano:
– Lorella Cuccarini, Un altro amore no
– Massimo Di Cataldo, Che sarà di me
– Lighea, Rivoglio la mia vita

Senza parlare dei Dhamm. I Dhamm, wè! Ho ancora la cassetta di mio cugino (scusa Marco).
Ma, forse, a qualcuno quell’anno non sfuggì che sul palco già ampiamente solcato da una porno star arrivarono anche una ventina di personaggi variamente agghindati che invasero il piccolo schermo al ritmo di tamburi e piumette, facendosi lanciare in aria a turno mentre la loro cantante interpretava una crisi isterica difronte al pubblico dell’Ariston. Si chiamavano Riserva Indiana e oltre a Sabrina Guzzanti c’erano da qualche parte Nichi Vendola, Daria Bignardi, Milo Manara e molti altri.
Avevo 15 anni, non capivo un cazzo ed ero appena diventata di sinistra.
Non bisogna schifare Sanremo.
Arrivarono in 18esima posizione.
Vabbe’, dai.

Ma non era ancora finita.
Il mio cuore stava per esplodere e intraprendere un viaggio d’amorosissimi sensi in cui non ha mai smesso di incipriarsi il volto di espressioni trasognate e rinnovata forza d’animo a ogni suo live.
Sezione nuove proposte.
Tascapane a tracolla e linguistica poetica.
Dentino storto (arrrwwwwww).
Total black e camicione paninaro.
Bello in modo assurdo.
Tutto da baciare!
Decima posizione.
Prima o poi dovrò farglielo sapere quanto lo amo e da quanto tempo.


Così, rinata in sinistra una volta per sempre e finché morte non mi separi, un po’ per via del magnetico sguardo di David Riondino e un po’ per l’ammaliante e fatidico dentino storto di Daniele Silvestri ( ❤ ), confusa dall’idea che tutto è possibile anche all’interno dell’istituzione Sanremo, con un bel po’ di tavernello in vena, una sera estiva di quel 1995 su una spiaggia sicula io incontrai lei: la mia Migliore Amica.

Il 1995 fu un anno cosmico. Tra le stelle ancora riecheggiavano le grida della Riserva Indiana mentre io mi ritrovavo in spiaggia, sotto quel cielo buio e promettente, coinvolta nel gioco della bottiglia. Era luglio o forse agosto, lei mi costrinse a baciare il tipo che mi piaceva e io le feci baciare quello che piaceva a lei. Non ci conoscevamo ma ci eravamo già capite. Alcune amicizie nascono così: in un puttanaio.

Il resto è storia.
Una storia che conosce chi mi ha ascoltata e mi è rimasto vicino per poterne ancora parlare e ridere insieme.
Una storia che ho temuto interrotta, perché gli anni, la fatica, il covid, la distanza, la famiglia, il lavoro, i problemi, le scelte ma, soprattutto, I CAMBIAMENTI distraggono, annientano e distanziano.
Poi però capita che l’imprevisto diventi reale, capita un messaggio che t’avvisa “Bro, io vengo a Milano” e anche se non capisci, anche se sei spremuta dal quotidiano, anche se a volte le cose belle capitano tutte insieme e sembra che non ti lascino tempo e spazio per metabolizzarne le singole meraviglie… be’… capita che le cose capitino. Impreviste. L’imprevisto può capitare.

No, forse non è previsto che due ragazze di 15 anni rimangano amiche per 27 anni.
Forse suona strano che vivendo in luoghi così diversi, con realtà così distanti, per 27 anni non smettano mai di confrontarsi a distanza, tra lettere prima, e-mail poi e lunghi vocali ascoltanti andando a lavoro oggi.
Magari urta anche un po’ che qualcosa cambi e qualcosa non cambi mai.
Perché si invecchia e si cambia.
Io e lei siamo un imprevisto.

Spero che chiunque trovi il suo imprevisto.
Un imprevisto che per 27 anni ha ascoltato e scandagliato la tua vita, mentre ti raccontava e condivideva la sua spalancandoti scenari per te inimmaginabili; un imprevisto con il quale muovi il tuo diaframma su e giù ridendo fino a vomitare e farcendo le giornate di figure di merda; quell’imprevisto che anche se la tua vita è oggettivamente un po’ strana, un po’ fuori norma, un po’ confusa, ti fa sempre sentire a Casa, sotto quel cielo notturno del 1995.

Come due veli che s’avvicinano e allontanano per poi ritrovarsi.
E che non sanno farsi un selfie.

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